La spalla nella scherma

lun, lug 4, 2011

Medicina

La spalla nella scherma

Premessa

La scherma è una disciplina sportiva di opposizione, di tipo ‘open skill’: viene praticata, cioè, in un contesto ambientale nel quale molteplici fattori – alcuni dei quali oltremodo variabili – sono in grado di influire sulla prestazione degli atleti.

Un elemento ben difficilmente quantificabile, che tuttavia nella scherma svolge un ruolo determinante, è quello  ‘relazionale’.

La pratica schermistica nel suo complesso è dunque condizionata dalla tipologia e dalla qualità di tali relazioni.

Da questo punto di vista, le relazioni che rivestono maggiore importanza sono:

·   quella tra i due avversari

·   quella schermitore-maestro

·   quella tra i due schermitori e l’arbitro

Da un’analisi degli aspetti relazionali sopra elencati nasce dunque il concetto di scherma come sport non certo ‘individuale’ ma ‘di coppia’, in quanto tutto ciò che avviene nel corso di un assalto rappresenta il frutto di un’interazione tra i due atleti in pedana, ognuno dei quali agisce in rapporto a ciò che fa l’avversario.

 

Riassumendo, ogni assalto di scherma è dunque caratterizzato e condizionato da variabili complesse, molte delle quali non sempre facili da individuare, definire, quantificare.

In tal senso, il lavoro del traumatologo sportivo presenta talora delle difficoltà non indifferenti, proprio in funzione della necessità di analizzare tutti i fattori intrinseci ed estrinseci connessi alla prestazione: quelli, cioè, legati all’individuo-atleta, e quelli relativi all’ambiente in cui l’atleta stesso svolge la propria attività di allenamento o di gara.

Lo studio di tali fattori è dunque di estrema importanza ai fini della diagnosi, del trattamento ma, in particolare, della prevenzione di qualsiasi trauma sportivo acuto e cronico, a qualsiasi livello di qualificazione agonistica..

L’approccio più corretto a qualsiasi patologia sportiva, infatti, non può prescindere da una totale comprensione delle dinamiche della specifica disciplina ma, soprattutto, da un’azione incisiva dello specialista nella direzione di un adeguamento dei sistemi di allenamento, da realizzare in collaborazione e in sinergia coi tecnici,

L’allenamento, in effetti, è in grado di svolgere sia in senso positivo ma anche, putroppo, negativo, un’azione sensibile sullo stato di salute di un individuo, e non c’è possibilità di risolvere e prevenire in modo realmente efficace le patologie dell’apparato locomotore di un atleta, se non si pongono i presupposti per una correzione dei fattori causali connessi all’allenamento, con particolare riferimento a quelli di carattere tecnico-biomeccanico.

Per l’insieme delle ragioni sopra accennate, è evidente come un atleta affetto da una patologia di spalla – al di là del tipo di trattamento cui venga sottoposto – dovrà orientarsi nella direzione di una modifica  temporanea o permanente delle proprie modalità di lavoro, quale condizione essenziale per raggiungere l’obiettivo di una soluzione al proprio problema clinico: una soluzione che sia peraltro in linea con l’improrogabilità di determinati impegni agonistici.

Nell’ambito dello sport di alto livello, insomma, e sulla base di una visione più moderna del ruolo dello specialista in Medicina dello Sport, riveste un’importanza decisamente fondamentale l’orientamento in chiave preventiva dell’azione del traumatologo: un’azione che dev’essere mirata in primo luogo alla ricerca e alla rimozione di alcuni dei fattori causali di determinate patologie ma che, in definitiva, non può realizzarsi senza un intervento di rimodulazione accurata dei carichi di lavoro e dell’attività agonistica dell’atleta.

In conclusione: nella panoramica attuale dello sport di alto livello, sempre più carico di impegni agonistici ravvicinati nel tempo, un medico sportivo che sappia svolgere il proprio lavoro in modo efficace sarà in grado di prolungare la carriera di un atleta nella misura in cui la sua azione saprà essere incisiva in merito agli orientamenti e alle scelte degli allenatori, con particolare riferimento alla somministrazione dei carichi di lavoro negli allenamenti e al numero di competizioni per stagione.

Caratteristiche specifiche della scherma

Parlare di scherma in senso lato è sempre più difficile, perché le tre armi che caratterizzano questo sport  – fioretto, sciabola e spada – rappresentano tre discipline differenti sia sotto il profilo tecnico-regolamentare che, di conseguenza, sotto quello funzionale.

Tali differenze si sono accentuate sempre più, al punto che non esistono più gli schermitori in grado di competere ai massimi livelli in più di un’arma: come accadeva ancora, viceversa, qualche decennio fa.

In relazione a tale evidenza tecnica, la tendenza ad orientare verso un’arma i giovani schermitori fin dall’età prepuberale  rappresenta una metodologia addestrativa utilizzata da molti maestri di scherma,  nell’ottica dell’acquisizione dell’insieme delle abilità neuropsicomotorie indispensabili ai fini dello sviluppo delle qualità del futuro atleta.

Sotto il profilo tecnico, in passato si tendeva a riassumere le qualità di uno schermitore in funzione dei parametri ‘tempo’ e  ‘misura’.

In realtà, in una visione più moderna il talento schermistico deriva da un insieme assai più complesso di caratteristiche tecniche, fisiche, antropometriche ma, soprattutto, neuropsichiche, le quali vanno accuratamente allenate, sia separatamente che in forma integrata.

In ogni caso, da un’analisi dei concetti schermistici di tempo e misura si può ricavare un’idea sintetica dei principi di fondo e dell’insieme delle caratteristiche biomeccaniche di questo sport, la quale a sua volta è di fondamentale importanza ai fini della comprensione in chiave etiopatogenetica degli aspetti traumatologici delle tre discipline.

Pur nella consapevolezza che si possano adottare numerose definizioni altrettanto valide, in termini divulgativi per ‘Tempo’ schermistico si intende sostanzialmente la capacità spazio-temporale di carpire il momento propizio per l’esecuzione della stoccata.

La ‘Misura’, invece, potrebbe essere definita come la capacità di gestire lo spazio in relazione ai tempi, sempre ovviamente in funzione dell’esecuzione della stoccata.

Analogamente a ciò che avviene in tutte le discipline sportive, quanto maggiore è il talento di un atleta, tanto migliore sarà la sua ‘economia del gesto’, cioè la capacità di eseguire le azioni in una condizione di equilibrio biomeccanico e di sostanziale risparmio energetico: senza, cioè, effettuare movimenti inutili, superflui, esasperati, e senza esplorare di continuo i propri limiti funzionali, col risultato di perdere in precisione e coordinazione ma, soprattutto, di raggiungere precocemente un livello eccessivo di fatica.

Sul piano biomeccanico, il concetto di ‘economia del gesto’ si traduce in primo luogo in una selezione il più possibile  accurata dei muscoli agonisti, cui corrisponde una decontrazione dei  muscoli antagonisti, la quale è tanto più efficiente quanto più l’atleta è evoluto tecnicamente.

 

Lo schermitore di talento rappresenta in conclusione il frutto di un mix variegato di qualità, la cui espressione è variabile da individuo a individuo e nello stesso contesto dell’attività agonistica.

Va peraltro sottolineato come – di pari passo con l’evoluzione della scherma in chiave più moderna – anche la figura del maestro di scherma, da una valenza quasi esclusivamente tecnica,  è progressivamente evoluta in quella di maestro-allenatore.

 

Analisi biomeccanica di alcuni gesti schermistici

 

La posizione di partenza in pedana dello schermitore – detta posizione ‘di guardia’ – comporta di norma una torsione della colonna vertebrale lungo l’asse verticale, che è finalizzata in primis alla riduzione della superficie di ‘bersaglio valido’ a disposizione dell’avversario.

Il rachide non dovrebbe – almeno in teoria – essere eccessivamente flesso in avanti, al fine di consentire una postura il più possibile equilibrata del corpo, e di non sovraccaricare il tratto lombare.

Le gambe sono atteggiate in flessione, ma il grado di tale flessione può variare a seconda dell’impostazione tecnica dell’atleta e della percezione soggettiva di equilibrio di ogni individuo.

In una posizione di guardia ortodossa, l’angolazione delle articolazioni coxo-femorali è condizionata dalla necessità di posizionare il piede posteriore a novanta gradi rispetto all’anteriore, il quale dovrebbe essere orientato nella direzione dell’asse longitudinale della pedana.

Molti atleti tuttavia non rispettano rigidamente questa posizione ad angolo retto dei piedi, trovando più naturale disporre il piede posteriore ad angolazioni decisamente minori e, talora, quasi parallelamente rispetto all'asse longitudinale del piede anteriore: il quale, a sua volta, può non essere orientato lungo l'asse longitudinale della pedana.

L’appoggio del piede posteriore al terreno, inoltre, può essere totale, e interessare quindi tutta la pianta, o limitarsi solo all’avampiede – con fulcro sulla prima articolazione metatarso-falangea -  in funzione della possibilità di esercitare una spinta più efficace in fase di semplice avanzamento dell’atleta o di esecuzione di un’azione esplosiva di affondo.

 Il braccio armato è di norma aderente al torace – e ciò è molto importante per la stabilizzazione della scapolo-omerale – ma la flessione dell’arto superiore può variare a seconda dell’atleta e dell’arma.

Anche l’angolazione del polso può variare in rapporto alle esigenze dello schermitore, da una più naturale a una in marcata intra o extrarotazione.

Nella postura schermistica di guardia, la stabilizzazione della scapolo-omerale dipende dall’azione coordinata dei muscoli posizionatori della testa dell’omero (in particolare il deltoide), di quelli della cuffia dei rotatori ma, soprattutto, di quelli dell’apparato articolare scapolo-toracico, con particolare riferimento ai romboidi.

La scapola, in sostanza, deve assumere una posizione in adduzione, ben aderente al piano toracico, al fine di consentire l’assetto ideale in funzione dei movimenti del braccio armato nel corso dell’assalto: assetto mantenibile in una condizione di decontrazione dei gruppi muscolari antagonisti che non affatichi l’atleta e che lo ponga nella condizione di massima efficienza biomeccanica.

 

Nella preparazione schermistica vanno dunque evitati i lavori eccessivi sui pettorali, perché tendono a ‘chiudere’ il cingolo scapolare abducendo la scapola, mentre il maestro di norma vuole una spalla il più possibile stabile nonché ‘libera’ nei movimenti, al fine di far eseguire all’atleta un gesto il più volontario possibile, e non condizionato da meccanismi automatici: l’automatismo, infatti, rappresenta il limite maggiore per uno schermitore, in quanto ne limita la possibilità di reagire ad ogni iniziativa dell’avversario con la giusta contraria.

Un aspetto essenziale ai fini della comprensione della biomeccanica della spalla nella scherma, è rappresentato dall’impostazione tecnica sulla base della quale i maestri operano nella preparazione degli allievi.

Tale impostazione prevede che la stoccata sia eseguita in tutte e tre le armi utilizzando quasi esclusivamente l’estensione del braccio, senza sollecitare oltre misura le articolazioni della spalla, e in particolare la scapolo-omerale.

Anche le diverse angolazioni della lama – indispensabili ai fini dell’effettuazione delle stoccate – vengono realizzate mediante un’utilizzazione delle articolazioni del gomito, del polso e delle metacarpo-falangee, e quasi mai attingendo al range di movimento della scapolo-omerale.

Per quest’insieme di ragioni, si può affermare che la massima prevenzione per le patologie di spalla si basa nella scherma proprio sull’impostazione tecnica magistrale, la quale è naturalmente mirata alla massima stabilizzazione possibile dell’articolazione scapolo-omerale.

La posizione di partenza classica è osservata in modo più accurato soprattutto nel fioretto: arma nella quale la necessità  di  assumere una postura finalizzata ad impedire all’avversario di toccare al torace è di fondamentale importanza.

Sia nella spada che nella sciabola, viceversa, gli schermitori hanno la tendenza ad assumere nella guardia iniziale posizioni più personali e meno forzate, in relazione anche alle proprie caratteristiche antropometriche.

La posizione iniziale dello spadista, in particolare, può variare enormemente, anche in relazione all’impostazione delle diverse scuole, sebbene di norma dovrebbe essere abbastanza simile a quella del fioretto: la quale – come già scritto – se correttamente attuata non dovrebbe determinare delle sollecitazioni eccessive per la spalla.

In alcuni casi, tuttavia, gli spadisti assumono nel corso degli assalti posture molto sbilanciate in avanti col braccio in costante estensione, le quali di sicuro possono comportare dei sovraccarichi per la spalla, soprattutto nelle donne, anche in relazione al peso relativamente elevato di quest’arma.

 Un’altra variabile da tenere in considerazione sono i tempi di azione schermistici, che variano da arma ad arma.

Per semplicità espositiva, si può affermare che sotto questo profilo negli ultimi anni i tempi della spada e del fioretto, in particolare a livello femminile, si sono avvicinati enormemente. In queste due armi, infatti, le azioni sono di norma piuttosto lunghe, al punto che nei matches a quindici stoccate si arriva sempre al terzo round.

La realizzazione dell’azione schermistica, perciò, avviene in genere a conclusione di una fase relativamente prolungata di attesa, nel corso della quale i due atleti si studiano – limitandosi a controllarsi a distanza di sicurezza – oppure si provocano con finte e contro finte.

 La specificità della sciabola è data dalla possibilità di effettuare colpi sia di punta che di taglio: anche per tale ragione, in quest’arma si realizzano le condizioni biomeccaniche più varie ma, soprattutto, più intense sotto il profilo energetico.

Nella sciabola, infatti, il gesto tecnico è in genere esplosivo, e si esaurisce in pochissimi secondi dopo il comando di partenza dell’arbitro: in definitiva, perciò, lo sciabolatore attinge ampiamente in ogni azione alle proprie potenzialità tecnico-atletiche-mentali.

In sostanza, la somma complessiva dei tempi di azione di un assalto di sciabola ammonta a non più di 45-60 secondi e nel corso dell’azione non c’è tempo per l’atleta di pensare nè, di fatto, per controllare il proprio gesto in modo sempre rigoroso. Ciò può determinare in questa disciplina le condizioni più a rischio per la spalla, unitamente all’evidenza che – in particolare nella sciabola moderna – si realizzano spesso azioni nelle quali viene utilizzato in modo massimale il range di movimento angolare della scapolo-omerale e vengono sollecitati enormemente i meccanismi di stabilizzazione di tale articolazione, soprattutto nell’esecuzione di colpi molto ‘larghi’ in iperestensione-abduzione del braccio.

Una delle parate fondamentali utilizzate nella sciabola, ad esempio, è la cosidetta parata ‘di quinta’. Quest’ultima, essendo finalizzata alla protezione della testa dello schermitore, si basa su un’abduzione-estensione del braccio ben al di sopra della spalla, con avambraccio flesso a 90 gradi: un movimento che, soprattutto laddove venga eseguito contro-resistenza e con estrema frequenza, può di sicuro esporre la scapolo-omerale a sollecitazioni traumatiche patogene.

Sempre nella sciabola, lo schermitore può talora eseguire un gesto tecnico denominato ‘traversone’, che consiste in una stoccata portata dall’alto verso il basso, adducendo la spalla: un movimento assai simile a quello di un boscaiolo che tenti di tagliare un arbusto con una roncola. Anche questo tipo di colpo, pertanto, se eseguito male, con un’angolazione eccessivamente ampia, o con eccessiva frequenza, può andare a sollecitare in modo incogruo la scapolo-omerale, ponendo i presupposti per sovraccarichi funzionali di natura micro-traumatica.

Un ‘fondamentale’ schermistico che va infine analizzato con attenzione per le sue possibili ripercussioni sulla biomeccanica della spalla è l’affondo.

Si tratta di un movimento di allungamento massimale ed esplosivo del corpo, che l’atleta esegue al fine di toccare l’avversario da lunga distanza.

Tale gesto parte dalla spinta propulsiva dell’arto collocato in posizione posteriore, e  si realizza mediante l’iperestensione della colonna e dell’arto superiore: il movimento propulsivo si conclude con  lo stop determinato dall’arto inferiore posizionato anteriormente, che si blocca in caduta sulla pedana, in posizione di flessione a circa 90 gradi.

L’insieme delle sollecitazioni per le articolazioni degli arti inferiori, del rachide e della spalla è massivo, e la possibile patogenicità di tali sollecitazioni dipende da un lato dalla qualità del gesto tecnico – che in teoria dovrebbe essere eseguito in condizioni di massimo controllo ed equilibrio possibili – ma anche dal numero e dall’intensità degli affondi eseguiti nel corso di un allenamento o di una gara: ovviamente, in rapporto alle potenzialità antropometrico-biomeccaniche ma, soprattutto, muscolari, dell’atleta.

In linea di principio, gli schermitori migliori tendono a contenere il numero degli affondi effettuati in gara, preferendo eseguire stoccate di misura, cioè sulla base di azioni nelle quali sia sufficiente una semplice estensione del braccio per toccare l’avversario.

Il problema può configurarsi laddove i maestri sollecitino l’effettuazione di un gran numero di affondi nel corso delle esercitazioni tecniche (le cosidette ‘lezioni’ schermistiche’): in tali casi, il ruolo del medico è di fondamentale importanza al fine di consigliare delle modalità di allenamento meno usuranti per l’atleta.

Ad ogni buon conto, è evidente come nell’affondo si pongano i presupposti per il rischio di microtraumi a carico dell’apparato capsulo-legamentoso della scapolo-omerale, nonché per la genesi di micro-instabilità che possono riflettersi in algie oltremodo limitative dell’attività dell’atleta.

 A completamento di questo excursus tecnico-biomeccanico in chiave schermistica, va sottolineato come fino a poco meno di un decennio fa, nel fioretto fosse ancora consentito il cosidetto ‘fuetto’ o 'fluetto': un colpo difficilmente parabile, mediante il quale lo schermitore riusciva a ottenere una flessione esasperata della lama, a fine di consentire alla punta della stessa di colpire l’avversario nella regione posteriore del tronco.

Per ottenere tale piegamento estremo della lama – che è lunga circa 90 cm ed è composta di una lega speciale di acciaio denominata ‘maraging’ – gli atleti lanciavano il colpo con grande velocità, il più delle volte dall’alto verso il basso, bloccando l’avambraccio e il polso proprio per utilizzare l’energia cinetica del movimento della lama al fine di piegarla: in sostanza, quello che ne derivava era una sorta di frustata che gli atleti muscolarmente più dotati riuscivano a utilizzare  con grande frequenza nel corso dei matches.

Ovviamente, si tratta di un fondamentale tecnico di pertinenza pressocchè esclusiva degli atleti di sesso maschile, proprio per la grande forza muscolare necessaria alla sua esecuzione.

In ogni caso,  malgrado questo colpo sia stato da qualche anno in buona parte eliminato  dal fioretto mediante delle modifiche al regolamento, è tuttora effettuato sporadicamente dagli atleti più forti e più sicuri delle proprie possibilità tecniche.

Laddove mal eseguito, però, cioè ampliando troppo l’arco del movimento e coinvolgendo in modo incongruo la scapolo-omerale e la scapolo-toracica (e dunque trasformando il movimento in qualcosa di simile al lancio di un giavellottista ), si tratta di una stoccata che può realizzare i presupposti per la comparsa di sovraccarichi funzionali, e dunque di patologie croniche di spalla.

 

Patologie di spalla nella scherma

 

I traumi acuti nella scherma possono essere causati da:

 

·   colpi di punta mirati alla spalla, che possono causare contusioni o perfino fratture, in particolare a livello delle clavicole;

·   situazioni di scontro in pedana tra i due atleti, nel corso dei ‘corpo a corpo’ che possono verificarsi nei matches;

·   la caduta a terra di un atleta sul moncone di spalla.

Tutte le situazioni sopra elencate di norma si limitano a provocare contusioni, e solo molto raramente possono causare traumi più seri, quali:

  • sublussazioni o lussazioni acromio-claveari;
  • sublussazioni o lussazioni scapolo-omerali;
  • fratture di clavicola o di omero.

In particolare, nello sportivo il 95% delle lussazioni gleno omerali è anteriore e si produce per un trauma prodotto mentre il braccio è alzato ed extra rotato: tale dinamica è assai rara nella scherma, proprio in virtù delle specificità tecniche delle tre armi, che non prevedono di norma movimenti di questo tipo.

Nella pratica schermistica, inoltre, si determina di norma un’eccellente sviluppo dei muscoli rotatori dell’articolazione scapolo-omerale, i quali esercitano una potente azione stabilizzatrice e protettiva.

 

In passato, l’eventualità di una caduta violenta si poteva verificare soprattutto in occasioni di competizioni di altissimo livello, nelle quali le esigenze televisive condizionavano l’effettuazione delle finali su pedane molto alte da terra, per di più di larghezza non adeguata ai fini della sicurezza.

Da diversi anni, tuttavia, nelle maggiori competizioni internazionali (europei, mondiali, Olimpiadi) le pedane presentano dei piani inclinati alle estremità, nonché una larghezza maggiore e mai inferiore ai due metri: fattori, questi, che aumentano le ‘vie di fuga’, limitando enormemente la possibilità di cadute incontrollate di uno degli atleti.

 

In ogni caso, l’arma che più di frequente può esporre gli schermitori al rischio di questo tipo di infortuni acuti di spalla è di sicuro la spada, per le seguenti ragioni:

  •  maggiore peso e, dunque, potenzialità lesiva dell’arma;
  • maggiore frequenza di colpi di punta diretti alla spalla, e in particolare alla clavicola;
  • maggiore possibilità di cadute fuori pedana, in relazione all’esecuzione del gesto tecnico della ‘fleche’: una stoccata molto spettacolare, effettuata dallo spadista nel corso di un vero e proprio ‘volo’  nella direzione dell’avversario, che talora si può concludere con una caduta. E’ evidente, tuttavia, come lo schermitore tecnicamente e atleticamente preparato sia sempre nella condizione di accompagnare e attutire tale caduta, evitando traumi pericolosi.

Per quanto riguarda le patologie croniche di spalla, la comprensione dei fattori causali di tali condizioni cliniche non può prescindere da un’analisi dei gesti tecnici delle tre armi.

Negli ultimi anni, l’incidenza globale di queste patologie – con particolare riferimento alle tendinopatie inserzionali, alle sindromi da conflitto e alle condizioni di instabilità – si è andata riducendo, soprattutto in relazione al miglioramento dei criteri di preparazione fisica degli atleti.

La casistica degli ultimi anni, tuttavia, evidenzia una netta prevalenza di tali patologie nella sciabola e nella spada.

 Per quanto riguarda la sciabola, le cause di tale prevalenza sono connesse sostanzialmente a due fattori:

 

  • si tratta dell’arma nella quale l’ampiezza del gesto di alcune stoccate può portare a un’utilizzazione incongrua della scapolo-omerale, che a sua volta può essere responsabile di eventi microtraumatici;
  • le metodiche di preparazione fisica in quest’arma sono cambiate molto negli ultimi anni, e si sono sviluppate soprattutto nella direzione di un incremento dei lavori di potenziamento muscolare mediante l’uso di sovraccarichi. Questa dinamica pone i presupposti per il rischio di sovraccarichi funzionali, che si riflettono in patologie croniche di spalla.

 

Per quanto riguarda la spada, soprattutto negli atleti di sesso femminile i fattori causali delle patologie croniche di spalla vanno ricercati nei seguenti fattori:

 

  • il peso dell’arma che – in particolare nelle atlete in età adolescenziale – può non essere sostenuto da una forza muscolare adeguata e attivare dei meccanismi di compensazione a carico della spalla;
  • l’esecuzione in forma quantitativamente e qualitativamente incongrua di alcuni gesti tecnici particolarmente a rischio: in particolare, l’affondo;
  • la lunghezza dei tempi di azione, che condiziona la possibilità di determinare dei sovraccarichi funzionali da microtrauma iterativo.

 

Antonio Fiore






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