Il male oscuro degli sportivi

Il male oscuro degli sportivi

Un rigore sbagliato in una finale di calcio, un centesimo di ritardo in un'Olimpiade, un infortunio senza fine. Sono i passi falsi della carriera di molti grandi eroi dello sport. Eventi che in molti casi possono pregiudicare l'equilibrio psicologico degli atleti.

Decidere tra la gloria e il fallimento, mettere 'ko' il cervello del grande campione o del giovane talento . "Almeno il 20% degli atleti soffre di depressione, il fenomeno riguarda poi uno sportivo su due quando si arriva alla fine della carriera".

A fotografare per l'Adnkronos Salute il peso del 'male oscuro' nel mondo dello sport è Alberto Cei, psicologo dello sport della Facoltà di medicina dell'università Tor Vergata di Roma.

"Due aspetti vanno tenuti in grande considerazione quando parliamo di depressione nello sport - spiega Cei – la psicopatolgia fatta di nevrosi e comportamenti instabili è poco frequente tra gli atleti, perché lo sport è già una sorta di 'vaccino' contro questo tipo di manifestazioni. Aiuta a sfogarsi e scaricare molte tensioni. Ma è l'altro aspetto – prosegue l'esperto – a far correre maggiori rischi: la scelta di mettere tutta la loro vita nel raggiungimento dei risultati. E questo produce un giudizio anche sul valore stesso della persona. Così in caso di fallimento dei traguardi che si sono posti, ad essere messa in discussione è l'intera vita".

"E spesso – chiosa lo psicologo - in maniera diversa sono i calciatori, i ciclisti e i corridori a soffrirne di più. Un fallimento che può portare a una depressione molto grave e in casi limite al suicidio".

Il punto di non ritorno per molti campioni è il momento dell'addio.

"La fase più critica per lo sportivo – sottolinea lo psicologo – è quando si avvicina la fine della carriera. Qui a correre il rischio depressione è il 50% dei professionisti. E non dipende dalla popolarità dello sport, il calcio è l'esempio principale per l'eco mediatica, o dal titolo di studio del campione. Quando si spengono le luci della ribalta la vita degli ex atleti può diventare vuota e scialba. Chi non si è preparato un'alternativa al campo finisce nel vortice depressivo".

In Italia, secondo i recenti dati monitorati dal sistema 'Passi' coordinato dal Centro nazionale di epidemiologia e promozione della salute (Cneps) dell'Istituto superiore di sanità , la depressione colpisce il 6% degli adulti tra i 18 e i 69 anni.
Più le donne che gli uomini.
Successo, fama e popolarità non sembrano curare le ferite del male di vivere. In molti infatti ricorrono ai farmaci, durante e dopo la carriera.
Per l'esperto, "studi internazionali hanno dimostrato che gli atleti che hanno utilizzato il doping, abusando ad esempio di steroidi anabolizzanti, corrono un forte rischio di manifestare fenomeni depressivi. Ecco perché - prosegue lo psicologo – oltre al calcio, sono il ciclismo e l'atletica leggera le discipline dove la patologia depressiva è più diffusa. Anche se molto controllate a livello anti-doping".

Osannati dalle folle e premiati da grandi guadagni i solisti dello sport, come calciatori, tennisti o motociclisti, corrono il pericolo di crearsi una realtà parallela 'molto personale' ricca di insidie.

"Spesso i campioni possono salvarsi dal rischio depressione - sottolinea Giuseppe Vercelli, psicologo del lavoro e dello sport del Centro ricerche scienze motorie dell'università di Torino – se hanno conservato un senso della realtà forte. Senza cadere vittime delle false apparenze del loro ambiente. In questo possono essere d'aiuto la famiglia, gli amici, in generale gli affetti più cari. Un'ancora di salvezza anche nei momenti della carriera passati non al top dei risultati e della popolarità".

L'Italia, secondo gli esperti di psicologia dello sport, vive un forte ritardo nell'attenzione ai problemi depressivi vissuti da chi pratica attività sportiva a livello agonistico.

"Spesso i giovani talenti cercano di manifestare sul campo i sintomi di un'indolenza nei confronti delle forti pressioni psicologiche che subiscono per diventare 'super campioni' – chiarisce Cei – si allenano male, rendono poco nelle gare. Dimostrando così agli altri che c'è un problema. E spesso vengono già da situazioni di forte stress familiare, dove i genitori fin da piccoli li hanno stimolati a ottenere sempre il massimo. A essere competitivi a tutti i costi".

Ecco che accade allora il 'drop out' in età adolescenziale.

"Ovvero l'abbandono precoce - spiega Vercelli – dell'attività agonistica da parte dei ragazzi, vittime del concetto estremizzato di agonismo, di lotta contro un avversario o contro un limite, poiché si pretende da loro un costante miglioramento del proprio livello di efficienza, sia dal punto di vista fisico che da quello tecnico. Ma molte volte – conclude – il campione in erba non regge lo stress e decide di lasciare. Anche se aveva i numeri per essere una promessa".

Roma, 7 set. (Adnkronos Salute)

 

 

 



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